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Kiki Consegne a Domicilio
06 May
2013

Nell’attesa di potermi gustare il nuovissimo film di Miyazaki (sia lodato il principio filosofico per aver impedito al figlio di mettersi di nuovo di mezzo… per come la vedo io, non è ancora pronto al grande salto, sebbene abbia delle potenzialità indiscusse) e augurandomi con tutto il cuore che venga distribuito nelle sale italiane come fu con Ponyo Sulla Scogliera, io e Serchan siamo andati a vedere Kiki Consegne a Domicilio.
Come ho detto la scorsa volta, a me è piaciuto moltissimo tanto da entrare nella mia personale top 3 assieme a La Principessa Mononoke e La Città Incantata.
Dato che la pellicola è vecchia e forse la qui presente è l’ultima crista sulla faccia della terra a non averla già visionata (me tapina per non averlo fatto prima!), direi di skippare a piè pari tutto il sunto e andare direttamente al succo della questione.

Kiki è la summa massima di gran parte delle tematiche care al Maestro e abbraccia uno dei due grandi filoni utilizzati da quest’ultimo per realizzare le sue opere: da un lato, di fatti, abbiamo film di avventura come Nausicaa, Mononoke, per l’appunto, e Laputa, mentre dell’altro c’è una rosa abbastanza formosa di “slice of life” o comunque storie basate sulla vita di tutti i giorni.
Ora voi sapete come quest’ultimo genere mi crei non pochi problemi in linea generica perché solitamente mi porta alla sonnolenza più atroce, mentre nella migliore delle ipotesi ad una timida noia.
L’unica eccezione a questa mia “regola personale” sta proprio in Miyazaki.
Egli, infatti, ha una straordinaria capacità di proporre lo scandire del tempo in una quotidianità che, sebbene sia spesso farcita da elementi fantastici, ci appare in tutta la sua più naturale e genuina spontaneità.

Il setting di Kiki, di fatti, è quello, presumibilmente, dell’Italia del nord (visto l’affacciarsi sul mare della città dove si va ad insediare la protagonista) o zone limitrofe, eppure la presenza di una strega viene in qualche modo radicalizzata nella comunità creatasi come elemento naturale facente parte dell’ampio corollario dei ruoli della società.
Anche qui, come in Laputa, regnano i lunghi silenzi di svariate scene, interrotti solo dal rumore del vento, il che ci porta ad un altro punto fondamentalie della pellicola.
IL VOLO.

Dovrebbe essere chiaro a chiunque mastichi pane e film di Miyazaki come una delle fissazioni di quest’ultimo sia il volo in tutte le sue forme, dalla più meccanica alla più estrosamente fantasiosa.
Da Porco Rosso, al Castello Errante, fino a Kiki.
Non dovendosi preoccupare di complessi meccanismi, qui il Maestro si è potuto concentrare unicamente sulla semplicità delle meccaniche di volo immaginandosi come una strega potesse volteggiare in aria su di una scopa.
Altro che Harry Potter!
La protagonista non riga sempre dritta in aria, ma viene più o meno influenzata dalle correnti d’aria: se esse sono lievi si muove solo un po’, se esse sono più forti verrà a sbandare sino ad essere costretta ad aggiustare la sua traiettoria facendo leva sui muri e sui tetti delle case.
Non so come ci sia riuscito (quest’uomo mi fa UFFICIALMENTE paura! ), ma per tutto il corso della pellicola mi sembrava quasi di CAPIRE il volo della strega al punto di rimembrare quasi un’esperienza diretta.
Come se, insomma, avessi fluttuato anche io… in questo universo o in un altro.

Ma Kiki non è solo librarsi in aria nel vento, è anche un ponte a cavallo tra l’infanzia e l’adolescenza – e in questo i tratti in comune con La Città Incantata si sprecano.
Ma Kiki strizza un occhio anche a Totoro nel suo voler sottolineare la magia e le altrettanto incantate qualità del bambino (unico punto in cui non riesco ad entrare in sintonia con Miyazaki giacché la mia visione delle cose è decisamente più pragmatica).
Non a caso la protagonista inizia la sua vicenda che è perfettamente in grado di volare e usare tutti i suoi poteri, compreso quello di poter parlare con i gatti.
Durante il corso della pellicola, però, la giovane si troverà di fronte alle sue prime pene d’amore e a costruirsi una sua individualità operando delle scelte – come quella di non accettare la proposta dei ragazzi snob.
Questo cambiamento la farà crescere, ma la priverà di quel fanciullo interiore idealizzato dal Maestro e così Kiki non riesce più a comunicare con il suo micio nero né a volare.

Cuore dell’intera pellicola è il dialogo tra Kiki e la pittrice Ursula, sua amica verso al fine delle due splendide ore immerse nella fluidità dei colori e delle animazioni.
“Il sangue della strega, il sangue del pittore, il sangue del panettiere”.
Stando a questa splendida filosofia, non esiste grande differenza tra la magia in quanto tale e le arti.
Entrambe, di fatti, nascono dall’ispirazione, da qualcosa che si cela dentro di noi e ci permettono di creare qualcosa dal nulla, qualcosa di unico e di meraviglioso.
Tutto il dialogo di Ursula, sul suo blocco, sul suo ricercare una personalità artistica ben distinta da tutte le altre, appare quasi come un indiretto appello di Miyazaki al suo pubblico, una comunicazione che avviene attraverso le labbra della ragazza.
Ne desumo che anch’egli abbia attraversato un momento di crisi, probabilmente proprio tra l’infanzia e l’età adulta, quando la fantasia del bimbo (parlare con gli animali, volare) si irrigidisce a tal punto che sembra sfumare.
Non a caso la scopa della madre di Kiki si rompe e la giovane è costretta a rimediare uno scopettone alla meno peggio.
Facendo questo la protagonista si stacca dalla madre e diventa una strega adulta.
Il volo finale, incerto e straballato, è la fantasia di una non più bambina: una parte dell’innocenza si perde irrimediabilmente (parlare con gli animali), ma un’altra viene recuperata e coltivata come se fosse una nuova pianta (da qui l’insicurezza nel volo).

Da qui la summa di tutto il lavoro e la vita di Miyazaki.
Un film che sembra leggero, ma che forse è uno dei più densi di significati tra le pellicole dello studio Ghibli.

Postato da Marylain, alle 20 : 27
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Berserk – The Movie
02 Feb
2013

Due mercoledì fa io e Serchan ci siamo buttati a pesce nella visione di un BR che da troppo tempo stava lì a prendere polvere sulla mensola della TV: il primo film della trilogia di Berserk – L’Età dell’oro.
Per non lasciare completamente all’asciutto questo blog di articoli interenti ad anime o similari, ho deciso di dedicare questo post proprio alla pellicola in questione, ma preparatevi a TANTISSIME digressioni perché mi sa tanto che questo sarà uno di quei post nei quali andrò a ruota libera senza alcun ritegno.

Il primo film copre un arco di tempo che va dall’inizio del flashback (che qui NON esiste perché si inizia subito col passato di Gatsu) fino a poco dopo l’incontro con Zodd.
La storia la sappiamo tutti – e chi non la conosce sicuramente non vorrà spoiler di alcun tipo, quindi cercherò di risparmiarveli! -, per cui ho pensato di andare direttamente alle considerazioni generali.

L’uovo del re dominatore è certamente un film d’impatto grafico notevole se non fosse per un unico GROSSO difetto: l’uso smodato della computer grafica con personaggi in cell shading che escono fuori come se fossero funghi.
E’ certamente vero che la CG è diventata indispensabile quando si deve dare vita a una scena d’azione con moltissimi elementi in campo. La stessa Disney ha dovuto piegarsi a questa tecnologia, certamente più economica e pratica di dover disegnare a mano ciascun soggetto (sto pensando alla carica degli gnu tra tutti) e qui certamente non avrei avuto nulla da dire se lo studio avesse adoperato la medesima tecnica per muovere migliaia di soldati su di un campo di battaglia in maniera fluida e realistica.
Quello, invece, che ha fatto storcere il naso sia a me sia a Serchan è che il cell shading è presente anche in scene nelle quali non si sarebbe dovuto essere necessario.
Quando Gatsu combatte e poi sconfigge il suo avversario nella presa della fortezza, proprio all’inizio della pellicola, egli NON è disegnato a mano. Addirittura lo si fa parlare, rendendo ancora più evidente lo stacco tra rappresentazione grafica e computerizzata.
L’effetto, inutile dirlo, è davvero orribile ed è un peccato perché il chara design di Arita-sensei è talmente bello da sfiorare il poetico:

L’impressione avuta è che lo studio 4°C abbia voluto tenere alti gli standard d’animazione a scapito della continuità artistica.
Ad ogni modo, se si chiude un occhio su questo aspetto, il resto del film offre un’esperienza visiva davvero notevole.
Gli avvenimenti sono gli stessi del manga (vengono solo omessi alcuni passaggi, mentre altri vengono appena accennati) per cui la fedeltà all’originale è assicurata.
La colonna sonora è interessante, anche se non ci sono tracce che mi abbiano particolarmente colpita.

Questo per quanto riguarda il film.
Per ciò che concerne l’edizione italiana, devo essere onesta?
Mi mancano FO**UTAMENTE le voci della serie televisiva, SPECIE quella di Griffith (qui pronunciato GrifiTTTTTTTT con 3462475 “T”. Mi chiedo come pronuncino questi “Thanks”… probabilmente TENKS ): sarà l’effetto dell’imprinting, ma Giorgio Bonino ci stava da Dio su quel personaggio, sopratutto perché il tono era talmente alto e aggraziato che ben si sposava con l’aspetto quasi femmineo del personaggio.
Il nuovo doppiatore è bravissimo, per carità, ma la sua voce è confondibile.
Anche per Caska vale più o meno la stessa cosa: è una donna con due palle così, una giovane che ha vissuto la sua vita sui campi di battaglia… e la doppia Federica de Bortoli.
Vi giuro che ho passato gran parte della pellicola a immaginarmi Caska dire:
“IL PALAZZOZZZOOOOOO!!! Sììì! Sua Eccellenza il Palazzozzoooo!”
Con tutto il rispetto della De Bortoli, ma preferivo di gran lunga Cinzia Massironi.
Alessandro Budroni, invece, mi molto piaciuto, al pari di Prata.

Piccola parentesi che genera in me un hype TERRIFICANTE: questa dell’Epoca d’Oro sarà una trilogia, ma, stando alle dichiarazioni del CEO, dopo di essa ve ne sarà un’altra intitolata The Lost Children e lì… lì…
Oddio…
Non ce la faccio…
CI SARANNO SERPICO E FARNESE!!!
Serpico e Farnese!!!
Stomorendostomorendostomorendostomorendo…
No, vi giuro: all’inizio non ci credevo nemmeno io a quanto avevano detto, ma nella opening del primo film si vedono. PORCA PALETTA: si vedono assieme a Shilke!!!
Io non ce la faccio ad aspettare così tanto, vi avverto, per cui, per tentare di preservare la mia stabilità mentale, mi sono messa a pensare a chi potrebbe dare loro la voce.
Zero assoluto su Farnese e su Shilke, ma su Serpico ho avuto un flash assurdo: Christian Iansante.
Serpico è un personaggio piuttosto particolare (chi vorrà vedrà!) perché SEMBRA un perfetto imbecille, mentre invece ha dentro di sé un turbinìo di sentimenti talmente profondi da risultare quasi malati.
Iansante ha ricoperto un ruolo molto simile nella sua esperienza con Ergo Proxy per cui sarebbe ulteriormente avvantaggiato.
Che ne pensate?
Farnese, invece, è composta, bellissima, fuggevole, ma infinitamente deviata. Piromane, sadica, con qualche pizzico di disturbo ossessivo-compulsivo. Correggetemi se sbaglio, ma penso che si tratti di un compito MOLTO gravoso doppiare una tipetta come lei senza contare che c’è un legame particolarmente morboso tra lei e Serpico che deve trasparire in ciascuna battuta.
Insomma: auguri!

Postato da Marylain, alle 10 : 25
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Daisuki! Yuzuno Kosodate Nikki
04 May
2012

L’opera della quale mi piacerebbe parlare oggi è tratta da un fumetto di cui purtroppo non sono riuscita a recuperare le scan.
Dedico il post alla mia best friend che mi ha trovato in pochi minuti una versione fansubbata in italiano del telefilm (a cura del gruppo BakaGirls).

L’incipit di questo seinen è allo stesso tempo semplice e piuttosto inedito: una ragazza e un ragazzo, con la stessa disabilità mentale che li rende cognitivamente equiparabili ad un soggetto di otto anni, si “amano” e finiscono con l’avere una bambina. Prima della nascita della figlia, però, il giovane muore in un incidente stradale mentre la sua consorte, Yuzu, decide di portare egualmente a termine la gravidanza anche contro la volontà della madre vedova.
Il resto della storia è uno slice of life, semplice, ma allo stesso tempo dannatamente toccante nel quale la protagonista dovrà abbandonare la sicurezza di un’infanzia patologica e affrontare di petto tutte le immani difficoltà della vita per il bene della figlia.

Chi mi conosce sa bene che tutte le vicende che hanno a che fare con marmocchi, donne in stato interessante e affini solitamente mi fanno venire alquanto l’orticaria e infatti MAI come nel caso di Daisuki sono partita parecchio prevenuta, incuriosita soltanto dal tema della disabilità, anch’esso spesso distorto.
Eppure, nonostante ciò che afferma qualcuno su di me, Daisuki mi ha gradevolmente colpita e mi ha fatto apprezzare ogni secondo di ogni minuto di questo drama.

A Yuzu, diciamocelo, capitano di tutti i colori: prima rischia di perdere la figlia neonata per via della sua (non voluta) distrazione, poi deve decidersi a staccarsi da lei, portandola all’asilo.
Ma non è soltanto con le problematiche legate alla maternità che la giovane dovrà avere a che fare. Anche i rapporti interpersonali saranno davvero molto difficili, intervallati da delusioni cocenti, cattiverie e ingiustizie così mostruosamente estranee al mondo interiore della protagonista, raccolta, nella sua disabilità in un guscio di genuina innocenza, spontaneità e candore.
E’ proprio il suo handicap, infatti, a dare valore alle sue azioni: fare tutti i giorni una lista di cose da portare all’asilo può essere scontato per tutte, ma NON per lei che passa le notte in bianco ad imparare a memoria tutto quanto, scrivendo e riscrivendo le istruzioni su dei fogli di carta con quella grafia così infantile.
Valori quali l’amore, il rispetto reciproco, l’amicizia, il senso di appartenenza ad una famiglia, sovente trattati in maniera sgradevolmente moralistica, qui sono messi a nudo nella loro semplice realtà.
Nonostante i problemi da affrontare siano tantissimi, nonostante le sconfitte pesino come un macigno sulla madre e sui suoi due figli, nonostante tutto questo non si perde nemmeno un attimo a piangersi addosso. Si procede a testa alta, con orgoglio e ci si rimbocca le maniche.

Già questo sarebbe sufficiente a rendere la serie decisamente molto educativa, aggiungiamoci poi la tematica della maternità e facciamo il botto.
In tutta sincerità, vorrei tanto far vedere questo drama a tutte quelle donne che vogliono assolutamente avere un bambino: Yuzu, di fatti, è più mamma di tutte le mamme messe assieme. Riallacciandomi a quanto ho scritto in precedenza, lo sforzo stesso della ragazza per fare ogni singola, banale operazione, se da un lato la mette in una condizione di evidente inferiorità funzionale, dall’altro le permette di essere decisamente più sensibile a quelle stesse problematiche.
La protagonista, inoltre, ha un’empatia con la figlia a dir poco insuperabile: sa che per essere sua mamma deve lottare tutti i giorni.
Potente è la frase che la madre di Yuzu le dice a proposito della nipote, Himawari:
“Partorire non fa di te una madre.”
Potente perché, senza mezzi termini, la donna introduce un aspetto rilevante della questione genitoriale e cioé che si è genitori per quello che si fa, non per quello che si è.
Non a caso Kotone, la giovanissima zia di Himawari, abbandonata dalle incurie dei suoi, viene accettata dalla madre di Yuzu come una vera e propria seconda figlia, in modo naturale e spontaneo.

Se proprio dovessi trovarlo, l’unico neo di Daisuki! sta proprio su come viene delineato l’handicap di Yuzu. Verso la fine del drama questa disabilità viene inquadrata come “genetica”, quando invece è molto più probabile che un ritardo mentale come questo sia una conseguenza “postuma” come, chessò, una sofferenza fetale oppure una malattia infantile (anche una febbre molto alta).
Quanto poi all’amore di Yuzu verso Sousuke, è chiaro che non si tratta dello stesso sentimento che due adulti provano l’uno per l’altro che si sviluppa, come dissi nel caso di AnoHana, molto più in avanti, verso i 15-16 anni.
Messi da parte questi difetti, Daisuki! è una storia commovente, veramente profonda che meriterebbe l’attenzione di certi editori impegnati, piuttosto, ad importare caxxate shoujo di dimensioni epocali e in quantità industriali.

Postato da Marylain, alle 22 : 11
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Il castello nel cielo
01 May
2012

A distanza di sole due settimane siamo tornati al cinema, questa volta all’UCI dato che questa pellicola non la davano a Lucca e aggiungerei “stranamente” visto e considerato che il capoluogo di provincia dovrebbe anche rappresentare, a livello mondiale, il fumetto a 360 gradi.
Quando eravamo in coda per il biglietto abbiamo realizzato due cose:
1) Che dentro al Multisala c’è una pizzeria in franchising (ebbene sì!) che prepara delle pizze davvero molto buone – e infatti fu la stessa Cely, napoletana DOC, a consigliarmelo.
2) Che prenotando lì la cena si aveva diritto ad uno sconto sul biglietto di circa 3€ – il che non è affatto male se si considera che il biglietto intero viene 8,3€!
Idioti noi che non ci eravamo accorti di questa straordinaria comodità!
Dato che eravamo parecchio in anticipo abbiamo pensato bene di ammazzare il tempo comprando dei pop corn, ma abbiamo esagerato perché il formato “grande” era effettivamente… TROPPO grande!
La sala era dannatamente calda, senza un minimo di condizionatore acceso e sebbene non ci fossero tanti bambini, sfiga vuole che siamo capitati proprio davanti ad un trio di ragazzi rompicojoni.
Avete presente la Gialappa’s?
Ecco.
Questi qui commentavano, spesso a sfottò, ogni-caxxo-di-fotogramma-del-film e vi giuro, stavo seriamente per lanciargli addosso qualcosa, qualsiasi cosa.
Anche a me capita di fare qualche battutina, ma cerco di sussurrarla più piano possibile, ma sopratutto di trattenermi.

Dementi a parte… mamma  mia. Potrei riassumere tutte le mie impressioni a riguardo con un bel:
“Ne è valsa davvero la pena”
Nonostante la veneranda età della pellicola – quasi la stessa di chi scrive, per giunta! – le animazioni erano superbe, così come le ambientazioni e, per quanto mi è possibile giudicare, la regia. L’unico vero segno del tempo, se proprio lo si doveva cercare, era la cromatura: i colori, a differenza dell’immagine che ho postato, non erano poi così brillanti, o per lo meno, non ai livelli del pigmentatissimo Ponyo (ma del resto l’ultima fatica di Miyazaki era un’opera chiaramente destinata a meravigliare i più piccoli in un vortice variopinto senza fine).
Sheeta e Pazu fin da subito mi sono apparsi i genitori spirituali di almeno un paio di anime.
Tanti sono stati i rimandi sia a “Conan il ragazzo del futuro” e “Nadia e il mistero della pietra azzurra”. Se, infatti, il pendente di Sheeta era simile a quello di Nadia, nel suo aspetto ho rivisto molto Lana.
L’incipit e una serie pressoché infinita di situazioni e/o di scene hanno dato origine ad altrettanti magici momenti dell’animazione nipponica.
E’ davvero impressionante, dunque, come anche i derivati abbiano tratto così tanto giovamento da Laputa dando la riprova, del resto, di quanto sia geniale Miyazaki e di quanto siano immortali le sue opere, sopratutto se visionate sul grande schermo dove i voli nel cielo di Pazu e di Sheeta mi sono sembrati veramente maestosi, liberi, leggiadri.
Vogliamo, poi, parlare dei silenzi?
SOLO un capolavoro come questo si può permettere di proporre decine di secondi di assoluto silenzio rendendo la quiete assolutamente sacrale, come quando i due giovani atterrano per la prima volta sull’isola volante misteriosa. A volte si sentiva unicamente un flebilissimo rumre di vento, altre volte nemmeno quello.
Quei pochissimi minuti di esplorazione solitaria in quel luogo mistico mi sono sembrate ore. La solitudine del robot che porta mestamente dei fiori sulla tomba degli antichi abitanti, il passare del tempo, la natura incontrastata, le fontane e quei muri magici.
Mononoke Hime e La città incantata rimaranno sempre nel mio cuore come le più grandi espressioni artistiche del maestro, ma di certo Laputa entrerà per sempre e con garbo nella mia memoria.

Postato da Marylain, alle 20 : 27
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Week End di piacere
21 Feb
2012

E’ incredibile come qualche impegno lavorativo in più unito al ritorno del caldo con una piccola carezza primaverile sfuggita dalla gelida morsa invernale, mi abbiano del tutto rincretinita.
Oggi, prima di riuscire a mettermi qui davanti al blog e a scrivere questo articolo, sono rimasta del tutto imbambolata trovando diletto solo nel navigare da una pagina all’altra, schiacciata da una mente pesante che avrebbe forse avuto bisogno di un po’ di riposo pomeridiano.
Da giovedì non faccio altro che lavorare su una certa cosa sperando che il progetto lavorativo che mi si sta prospettando si realizzi prima o poi.
Di fatto ho accantonato momentaneamente un altro lavoretto che avevo nella speranza di poter coadiuvare tutti gli impegni di questa prossima settimana: incontri, veterinario e… l’inizio di Ragnarok Online 2 a quell’ora presto di mattina, con una previsione di accessi che ha abbastanza del preoccupante, sopratutto in considerazione di quanta superficialità a volte Gravity abbia nei suoi approcci tecnici con lo stress dei server.
Mi auguro davvero che gli ormai 2 ANNI di test gli siano serviti a capire quanto possano reggere quella povera decina di canali e di quanto sia indispensabile tenere attivi sia “Odin” che “Loki” per il bene di tutti quanti.

A parte questa serie di riflessioni ad alta voce vi chiedo anticipatamente scusa se questa settimana posterò in netto ritardo o non posterò proprio… non lo faccio perché non mi importa o perché non do molto peso al blog.
Tutt’altro.
Quando navigo in altri siti, visito altre pagine e partecipo ad altri forum finisco per trovare sempre qualcuno che mi leggeva, ma che non ha mai commentato.
Sapere che ci sono persone “dietro le quinte” che mi seguono mi riempie di grandissima gioia.

Chiudo questa parentesi ed entro nel vivo del post.
Questo week end, per festeggiare sia l’annivermese che il (passato) San Valentino, io e Serchan decidiamo di andarci a vedere un film:

Personalmente ero tranquillissima e già mi ero fatta il mio programmino mentale: Uci Cinemas, cenetta in qualche locale e rientro a casa.
Peccato che la programmazione mi ha sconvolto tutti i piani.
Non chiedetemi per quale arcano mistero misericordioso, ma Abert Nobbs veniva trasmesso solo alle 20:00 e alle 22:00 il che significava andare a cenare prima, ergo in un posto nella zona industriale, ergo uno schifo a priori.
Per questa ragione ho proposto a Serchan di rinunciare al Multisala e di andare al Cinema Italia di Lucca: posto più tranquillo, una vagonata di locali tra cui scegliere e, sopratutto, una strada molto familiare e rassicurante. Il mio amore accetta e così, sul tardi, usciamo, dopo aver scelto l’ottima trattoria “Da Giulio”:

A parte l’attimo di panico per raggiungerla, complice il fatto che quel lato di Lucca non lo conoscevamo affatto – se pur facilmente raggiungibile – siamo giunti al locale attorno alle 19:15.
Un posto davvero molto bello: rustico e allo stesso tempo moderatamente elegante, con camerieri vestiti di tutto punto e sala mocciosi separata da quella per gli adulti sicché le famiglie con bambini urlanti venivano fatte accomodare altrove, mentre da noi regnava la pace.
Bagno provvisto anche di copri water e di spazzolini usa e getta e un numero altissimo di portate.
Ordiniamo un antipasto toscano misto da dividere in due, un primo, due rosticciane, due dessert e acqua. Tutto a dir poco delizioso e prezzo abbordabilissimo: 37€ totali.
Purtroppo, a fine pasto ci accorgiamo che il primo spettacolo serale era già “lievemente” passato da circa un quarto d’ora, così ce la prendiamo comoda e ci facciamo un giro per la città. Era la prima volta che vagavamo in una Lucca by Night e nonostante la penuria di locali dove poter caxxeggiare e bere, di gente in giro ce n’era.
Abbiamo fatto passare più di un’ora per poi arrivare al cinema scrauso verso le 22:00.
Sala freddissima, tanto che mi sono dovuta tenere il cappotto, audio basso e PARETI BIANCHE il che significa che ad ogni scena vedevi le mattonelle…

Il cinema più pakko dove sono mai stata fu l’Adriano di Montecatini quando era ancora con le panchine di legno, ma almeno lì lo schermo era migliore, così come l’acustica e l’isolamento.
Per fortuna che almeno il film è stato molto bello, se non per il finale che non ci ha convinti a pieno.
Glenn Close era qualcosa di semplicemente straordinario: è riuscita a sembrare naturale come uomo e “fintissima” come donna. La sua presenza scenica era così schiacciante che a volte mi dimenticavo degli altri attori – con buona pace per tutti loro.
In molti sostengono che Albert Nobbs abbia ben poco di “sessuale”, altri (moralisti) sono rimasti interdetti dal fatto che Albert volesse una moglie e non un marito.
Come si fa a sostenere che il tema sessuale non sia rilevante in una pellicola come questa? Tutto trasuda di questo: dalla pochezza di alcuni maschi, alla solidarietà femminile, se pur non sempre presente, ahimé.
L’unica cosa che stona veramente è l’interessamento di Albert verso la sua “amata” che diventa tale SOLO quando un’altra donna, travestita da uomo, le rivela di essersi sposata con una lei. Non so come la relazione fosse stata descritta nel romanzo originale, ma resta il fatto che Albert, prima di quella scena, non mostra ALCUNA attenzione esplicita verso la sua futura moglie dando tutto troppo per scontato.
Quanto al finale lo definirei “inutilmente tragico” giacché gli eventi drammatici non sembrano che riconfermare concetti già ampiamente espressi nel corso del film in modo più o meno esplicito.
Peccato perché l’intera pellicola è molto delicata, soffusa, a tratti quasi “intima” e con un’attrice con la “A” maiuscola.

E torniamo a patchare il client…

Postato da Marylain, alle 22 : 13
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Il mio Ego  emoticon


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Sucker Punch
31 Mar
2011

Film scoperto così, per caso, scegliendolo tra quelli presenti, con tanto di Serchan che, a inizio pellicola mi fa:
“Amore, se la pellicola fa ca*are è colpa tua, eh!” :24:
… eppure, come ho già anticipato, nonostante le critiche abbastanza imperanti in giro su internet, a me Sucker Punch non è dispiaciuto, non fosse altro perché Snyder ha dimostrato di essere sempre molto ambizioso quando crea qualcosa (in tal caso alcuni hanno detto che lo è stato fin troppo perché effettivamente ficcare tutte quelle tematiche in così poco spazio è un’operazione che di certo non è tra le più semplici del mondo :38:).
Ben venga la sperimentazione, anche se in parte fallisce, perché sennò a quest’ora staremmo sempre sui soliti canoni, sui soliti generi.
Prima di addentrarmi nella trama ed iniziare a spoilerare alla grande vorrei far presente un paio di cose per coloro i quali non sanno ancora se andare a vederlo o meno e che quindi, con ogni probabilità, non procederanno oltre con la lettura:
1) Sebbene sia catalogato come genere di “Fantascienza” sia io che Serchan siamo d’accordo nel dire che ‘sta mania di catalogare i film in generi è una minchiata che diviene sempre più obsoleta con il passare del tempo dato che ormai la commistione fa parte della cultura moderna e dei new media. Non pensate, dunque, che il il film sia solo quello che si vede nella locandina, ovvero robottoni, pistole e roba del genere perché se partite con questa supposizione finirete con il rimanere parecchio delusi.
2) Andate al cinema con la consapevolezza di vedere qualcosa di MOLTO particolare che francamente faccio fatica a definire. Non ci andate prevenuti e non pensate di assistere al film del secolo. Non lo è e non ho la presunzione di spacciarlo per tale, ma mi rifiuto anche di sputarci sopra come fanno alcuni recensori perché trovo ingiusto il reputarlo squallido o mediocre.
3) Se vi piacciono i videogiochi, il Sol Levante, lo steam punk e l’introspezione, Sucker Punch non può non affascinarvi. Punto e basta e su questo non si discute.
Detto questo… HAJIMEMASHOU!

Nonostante le critiche di molti, quasi tutti i critici sono concordi nel sostenere che l’inizio di questo film (la prima mezz’ora, per essere più precisi) è uno dei migliori che si siano visti in questa stagione cinematografica.
Io non ho visto molte pellicole, sicché non posso fare un raffronto, ma vi posso dire che, effettivamente, è davvero difficile non rimanere affascinati da quelle scene. :81:
La protagonista è figlia di una signora, risposata con un tizio violento.
Probabilmente a causa di questo la donna, alla sua morte, lascia tutto quanto alle sue due figlie con il risultato che il marito di lei inizia a provare un odio ed un rancore profondi nei confronti di queste due giovani. Rinchiusa una notte nella sua stanza, la protagonista passa fuori la finestra, finisce nella stanza accanto, prende la pistola ed esce fuori nel corridoio con l’unica intenzione di uccidere l’uomo per salvare la sorella minore. Nella colluttazione, tuttavia, lo sparo va a finire sulla sorella e l’uomo, bellamente, ne approfitta per accusare la figliastra e, a suon di mazzette, buttarla in un manicomio. Lì l’uomo si metterà d’accordo con un infermiere per far sì che la giovane, ormai scomoda, venga lobotomizzata.
A questo punto vi chiederete:
“Ma che cavolo centra tutto questo con il trailer e con la locandina?”
E’ qui che viene il bello di Sucker Punch!
La psicologa del manicomio, per curare le ragazze, cerca, attraverso il teatro di far loro interpretare dei ruoli affinché affrontino le loro paure più recondite.
Lo spettacolo di quel teatro… è l’universo parallelo che si va a creare nel film: nella realtà dentro la realtà, infatti, le giovani diventano tutte delle prostitute di un bordello dal quale non possono fuggire perché incatenate dalla figura imperante del loro “protettore”.
La protagonista assume, dunque, il ruolo dell’orfana BabyDoll, mentre la psicologa quella dell’insegnante di ballo.
Proprio in occasione del primo ballo, la donna chiede alla giovane di danzare esprimendo quello che ha dentro e così BabyDoll, chiudendo gli occhi e facendosi accompagnare dalla musica, si immagina un mondo fantastico, sempre diverso, fatto di spade, mitra, pistole, templi, castelli, draghi e robot nel quale lei e le sue compagne combattono senza sosta per ottenere i cinque oggetti che li renderanno libere: una mappa, un fuoco, una chiave e un coltello e un’ultima cosa misteriosa.

In poche parole, dunque, Snyder ficca tre e ripeto TRE realtà, l’una dentro l’altra, in un continuo susseguirsi di transizioni e musica con un finale a sorpresa che non ti aspetteresti – o, almeno io, non me lo sarei aspettato.
Da qui le critiche, alcune delle quali non le ho proprio capite, come, ad esempio:
- Non c’è introspezione psicologica nelle varie ragazze: Beh, lo si può dire con tutte le comprimarie, ma non con la protagonista dato che tutte le fasi del ballo sono frutto della sua immaginazione! E comunque… è chiaro che l’elemento focale della vicenda è il desiderio delle giovani di essere libere. I loro trascorsi non interessano.
- E’ tutta una caccia al tesoro nella seconda metà del film: Il trailer non è altro che la lista degli oggetti che le giovani devono trovare. Non capisco davvero come non aspettarsi una caccia al tesoro da questa pellicola! :81:
- Si sarebbe potuto sfruttare di più la sensualità e il carico erotico delle giovani: Sì… così ti facevi qualche pippa?! Una critica del genere mi pare scritta da uno che il film non lo ha nemmeno capito! Tutte le scene del bordello erano INVENTATE e facevano parte della rappresentazione teatrale della psicologa. Le giovani erano ragazze normalissime, non erano prostitute, quindi perché chiedere un approfondimento di questo aspetto se è “fasullo”?! :44:
Al di là di queste opinabili critiche, la genialità, a mio avviso, sta nel fatto che le scene d’azione, dal momento che nascono dalla mente di BabyDoll riescono a giustificare tutti i sensazionalismi che in una situazione reale sarebbero incoerenti e infattibili. Mi sto riferendo a tutte quelle pellicole che si spacciano per verosimili e poi iniziano a sfornare scene su scene nelle quali la legge di gravità non esiste, le pistole funzionano in maniera bizzarra, etc. :27:
Mi stupisco, infine, come dei tanti blasonati osservatori ed opinionisti nessuno e ripeto… NESSUNO abbia mosso l’unica critica davvero coerente verso “Sucker Punch” e cioè:
Come cavolo faceva una ragazza vissuta negli anni ’50 ad immaginarsi robot di quel tipo, treni futuristici, armi modernissime come quelle e avere una visione molto steam punk e orientale delle ambientazioni?
A mio parere sarebbe stato meglio che fosse vissuta negli anni ’80, massimo anni ’70, ma non oltre indietro nel tempo…
Ecco.
Questa è l’unica vera cappellata che mi sento di osservare nel film, per il resto non vedo cosa ci sia da criticare così ferocemente: preferisco un film ambizioso che ha qualche screzio che un film sempliciotto meno problematico.

Postato da Marylain, alle 10 : 01
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10
Megamind
12 Feb
2011

Era da tempo che volevo fare una recensione su uno dei tre film in CG di questa stagione… un film che non sono riuscita ad andare a vedere al cinema, con mio sommo rammarico, ma che acquisterò al day 1 in Blu-Ray non appena uscirà qui in Italia – e penso che questo avverrà verso fine mese.

- PREMESSE -
“Megamind” nasce da una sorta di duplicazione di idee che era già avvenuta a suo tempo quando uscirono fuori “Z la formica” e “A Bugz life”. Se nel primo caso l’unico dei due titoli che mi piacque davvero fu il mitico Z, sarcastico e anticonformista come non mai, in questa occasione ho avuto problemi a stabilire quali dei due film fosse migliore (sempre ammesso che abbia un senso parlare di “migliore” o “peggiore”).
Il corrispettivo di “Megamind” è, naturalmente, “Cattivissimo me” ed entrambi si ritrovano lanciati spalla a spalla con un terzo titolo e cioè “Rapunzel”.
“Rapunzel” (e ora qui so che scatenerò l’ira funesta di tanta gente) l’ho trovato un film mediocre nel quale si ripetono fino alla nausea cliché, proponendo l’ennesimo impianto narrativo basato sulla favola, solo lievemente decostruita, con personaggi che sanno terribilmente di già visto, con un numero abnorme di canzoncine e canzonette, quasi tutte stupide ed inascoltabili, e delle scelte assolutamente discutibili  – prima tra tutte quella dei capelli di lei che perderebbero potere se tagliati. Una caxxata inaccettabile. :35:
Di contro, “Megamind” e “Cattivissimo me” riescono ad essere originali introducendo due storie sostanzialmente nuove.
Se “Cattivissimo me” è un film a presa rapida che ti piace immediatamente non appena lo vedi perché più semplice e più diretto, “Megamind” ha suscitato in me uno strano effetto.
Lì per lì mi dissi:
“Ma quanta carne al fuoco hanno messo? Secondo me hanno esagerato.”
Eppure… col senno di poi non nascondo che è diventato il mio preferito tra i tre.

- ADATTAMENTO -
Da studiosa di traduzione quale sono mi sono scaricata sia la versione italiana che quella originale americana perché ero dannatamente curiosa di sapere come avevano reso tutte le VOLUTE storpiature di nomi che Megamind fa durante tutto il corso della storia.
In particolare, volevo sapere come avevano tradotto la scena in cui Metroman fa notare a Megamind che Metrocity si pronuncia con l’accento sulla “i” e non sulla “o” come fa Megamind, al che quest’ultimo fa: “Metro sì, metro no, metro su, metro giù.”
Ebbene… l’adattamento italiano è MOLTO più simpatico del semplicistico “potato-tomato, potato-tomato” originale.
Insomma, menzione d’onore a chi ha tradotto… sono stata molto attenta e da quel che è la mia esperienza pregressa, “Megamind” è un buon esempio di Intersemiotic Translation.
Oltretutto il doppiaggio italiano, per la voce di Megamind, a mio modesto avviso supera quello originale, quindi spezziamo qualche volta una lancia a favore delle edizioni tradotte. :25:

- VICENDA -
** Attenzione agli spoiler! **
Secondo il mio modesto avviso “Megamind” è uno di quei film che SEMBRANO essere stupido o comunque infantili (tanto che questa pellicola viene inserita nei siti di intrattenimento per i più piccoli), ma se lo si analizza più a fondo ci si accorge di moltissime altre sfumature e, più in generale, di un’altra dimensione.
Ecco spiegata la ragione per cui in un primo momento “Megamind” non mi aveva fatto fare i salti di gioia.
All’apparenza, infatti, abbiamo una trama piuttosto complessa che in apertura ci mostra il tipico scontro tra il bene ed il male, una decostruzione dell’impianto classico con la “morte” di Metroman, poi il tentativo di ripristinare questa battaglia grazie all’invenzione di un altro eroe da parte di Megamind, e ancora un’altra decostruzione nella quale Titan, il nuovo super eroe ben presto si stufa di essere tale preferendo usare i suoi poteri per scopi veramente malvagi. Da lì l’ultima decostruzione con Megamind che finisce per salvare la reporter e sconfiggere il VERO male.
L’elemento ruolistico in questo film è davvero sorprendente e straordinariamente permeato tra realismo e cliché voluto.
Megamind e Metroman seguono un copione ben delineato, ma la verità è che nessuno dei due è veramente convinto di quello che sta facendo: Megamind si auto-convince di essere “cattivo” solo perché tutti quanti (la massa) lo consideravano tale anche per via dei suoi trascorsi (nato e cresciuto in una prigione per criminali incalliti :27:), Metroman, nonostante il suo lustro, non possiede una scelta e se la defila fingendo la sua morte pur di coltivare il suo sogno.
Megamind è solo esternamente “cattivo”: ferito da giovane, si comporta come tale, ma allo stesso tempo fa sfoggio delle sue buone qualità in quanto affronta l’avversario sempre in modo aperto e leale. In modo piuttosto simile, anche il suo carattere risulta essere contraddittorio… se dovessi definirlo in un paio di parole direi che è “stupidamente geniale”.

- CONCLUSIONE -
Se lo avete visto e non vi ha convinto… riguardatelo. Se non lo avete mai visto, gustatevelo con attenzione.
Per quello che mi riguarda “Megamind” non è un film digeribile con un solo boccone. :80:

Postato da Marylain, alle 15 : 05
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1
Il regno di Ga Hoole e università
23 Nov
2010

Siccome preferirei tornare un po’ alle vecchie abitudini (fare post con recensioni di doujinshi e riprendere i progetti video, tanto per citare un paio di esempi), vorrei andare subito al dunque e accorpare due articoli in uno solo.
Dato che quello del film conterrà, nell’ultima parte, diversi spoiler, preferisco iniziare da ieri, con la mia disavventura all’università,

Tanto per aggiornarvi sugli ultimi sviluppi, in sostanza avevo scritto circa un centinaio di pagine… un po’ meno della metà di tutta la tesi complessiva. Alla rimpatriata avevo affisso un bigliettino con la mia prenotazione per il ricevimento davanti alla porta della prof, avevo controllato che non ci fossero disdette dell’ultimo minuto su internet e sono partita, nonostante un mal di stomaco tremendo (trasformatosi, a fine giornata, in veri e propri crampi di fame :38:) al ricevimento.
Una volta giunta lì, però, della docente nemmeno l’ombra.
Dopo trenta minuti chiedo alla portinaia la quale mi da una bella mazzata:
“E’ in maternità.”
Sgomenta me ne vado via e ora sono qui cercando di trovare le parole giuste per chiederle (o meglio… supplicarle! :37:) di seguirmi a distanza per arrivare alla laurea in tempi decenti.

Sabato, come ho preannunciato a inizio post, io e Serchan siamo andati a vedere “Il Regno di Ga Hoole”.
Lo spettacolo era solo in 3D (questa volta sfruttato decisamente bene! :1:) e la proiezione si teneva unicamente alle 15:30 circa.
Un po’ scocciati per l’orario – volevamo andare prima al centro commerciale e poi al cinema prima di andare al ristorante – decidiamo comunque di prendere i biglietti.
Ci ficcano nel bel mezzo di due famiglie piene di bimbetti, spalla a spalla nonostante la sala fosse mezza vuota, con il risultato che Serchan si è dovuto tenere sopra le gambe i cappotti. :35:
Evidentemente le famigliole lì presenti ignoravano una cosa decisamente importante:
Questo film NON è per bambini.
L’impostazione sarà anche quella di una fiaba, ma i toni sono spesso violenti, truci e tutt’altro che spensierati tanto che non ricordo di aver mai sorriso durante tutta la visione della pellicola.
Con questo non voglio dire che il film non mi sia piaciuto, anzi!
Solo che è uno di quelli che ti ci vuole un po’ di tempo per digerire proprio perché è fatto per riflettere e dunque inadatto ai più piccoli – e i risultati si sono visti a fine spettacolo quando i bambini se ne sono andati via con dei musi lunghi e i genitori sbuffavano quasi come se fossero stati truffati.
Ora, dico io: ma dal regista di 300-thisisspartaaaaa! che CAVOLO vi aspettavate?
Heidi con le caprette che fanno ciao?!
E’ ora di smettere di considerare TUTTI i film in CG e TUTTI i fumetti/cartoni delle opere per bambini. :53:
Il mio stesso manga, un parto che durerà una vita, già lo so, non lo farei vedere nemmeno ad un sedicenne e anche lì giù critiche da parte di mia madre che mi esorta a farlo divertente così lo possono leggere tutti…
Ma torniamo al film che, mi dispiace, ma a questo giro mi sa tanto che dovrò spoilerare di brutto per commentarlo.

Soren (quello a sinistra accanto alla gufetta piccola) e Kludd sono fratelli, ma sono molto diversi tra loro: il primo è un sognatore che vive a pane e leggenda dei guardiani di Ga Hoole, l’altro è un pragmatico realista che vuole solo far colpo sui genitori. Un giorno i due vengono rapiti dai Puri e mentre Soren non accetta la loro politica, il fratello si allea a loro come soldato. Il protagonista fugge e va alla ricerca dei guardiani per chiedere loro aiuto. Seguirà una guerra tra la fazione dei Guardiani e quella dei Puri nella quale ci saranno delle morti ed un finale solo apparentemente felice.

E di qui… anticipazioni:
La ragione per cui sostengo che Ga Hoole non sia un film per bimbetti è legata a due fattori:
1) Riferimenti al nazismo
2) Visione non edulcorata del tradimento

1- I Puri, anche senza leggere recensioni di esperti cinematografici, mi sono da subito sembrati una sorta di rievocazione dei nazisti. Entrambi tengono alla loro razza, entrambi parlano di purezza, entrambi sono dell’avviso che solo i forti devono sopravvivere, entrambi sono controllati da un regime dittatoriale-militare, entrambi sono guidati da un leader oscuro (che sputa mentre parla), entrambi portano stendardi rossi.

2- Fin dall’inizio del film Kludd tradisce Soren. E fin qui tutto okay anche perché di tradimenti ce ne sono stati anche in Narnia. Il problema è che qui NON c’è la redenzione. Kludd non solo non torna sui suoi passi, ma nel suo cuore l’astio nei confronti del fratello diventa ancora più smisurato e così il caro gufo finisce persino per ordinare il rapimento della piccolissima sorella e, vista la sua indole buona, senza alcun rimpianto, la sbatte tra tutti i deportati e la sottopone all’abbaglio lunare (una sorta di lavaggio del cervello). Alla fine si scontrerà con Soren con l’unico desiderio di ucciderlo, tenterà di ingannarlo e poi cadrà tra le fiamme in una visione senza dubbio poco bambinesca.

Chiusi gli spoiler, se avete intenzione di andare a vedere Ga Hoole fatelo sapendo che si tratta di un’pera fiabesco-epica con toni molto più vicini ad un Signore degli anelli piuttosto che a un Narnia.
E non sperate di ridere perché non accadrà. :80:

Cosa scrivo in questa cappero di mail?!

Postato da Marylain, alle 15 : 33
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Il mio Ego  emoticon


3
Toy Story 3
27 Jul
2010

Siccome sono già TERRIBILMENTE indietro con la mia tabella di marcia e dato che voglio rispondere ai vostri commenti altrimenti mi date davvero per dispersa, ho deciso di saltare tutti i vari preamboli e scrivere immediatamente la mia recensione sul film.

Sono andata a vedere Toy Story 3 al multisala Medusa in provincia di Varese.
Sebbene la struttura sia qualcosa di veramente orgasmica (in un unico edificio c’è praticamente di TUTTO… dal negozio d’informatica, alla libreria ai ristoranti multietnici), l’esperienza al cinema non è stata tra le più brillanti.
La sala era tenuta bene, c’erano i poggiatesta e la pendenza era grandissima, ma sfortunatamente il 3D proposto non era questo granché nel senso che la pellicola risultava sfocata. Una cosa davvero strana dato che usavano lo stesso sistema per gestire il 3D del Vis Pathé.
Non so dirvi se era un problema di quel cinema o proprio del film, ma una cosa è certa… tornassi indietro, ALMENO Toy Story 3 lo avrei visto in 2D (mentre non mi pento affatto di aver visionato Dragon Trainers in tre dimensioni).
Un altro problema era costituito dai gagnacci schifosi (aka bambinetti) che hanno commentato qualsiasi cosa, hanno fatto versi inquietanti e mi hanno rovinato in parte la visione della pellicola. :35:

Okay, solite raccomandazioni di spoiler e andiamo con i miei pareri in merito e a un brevissimo riassunto del film.
Andy ormai è cresciuto e sta per andare al college. Per una incomprensione di fondo i suoi giocattoli finiscono in un asilo privato che si chiama Sunnyside, regno di un orsacchiotto che profuma di fragola di nome Lotso il quale si rivelerà essere crudele e spietato costringendo i nostri a fuggire via per poter tornare (di nuovo) dal loro legittimo proprietario con un finale a sorpresa.

Questo a grandissime linee.
Inizio subito con il dire che la pellicola mi è piaciuta, forse più del secondo capitolo, ma sicuramente meno del primo che trovo ancora insuperabile. :6:
Non è il film in CG che metterei al primo posto, perché Dragon Trainer è decisamente più bello e divertente e a mio modesto avviso, ma potreste tenerlo in considerazione come una interessante alternativa. :25:
L’inizio di Toy Story 3 è un tributo molto forte al primo capitolo dato che il gioco che fa Andy è lo stesso del primo Toy Story; io a queste cose ci faccio caso e mi piacciono molto perché danno un bel tocco di nostalgia.
Abbastanza percettibile è anche lo stato di abbandono in cui versano i giocattoli di Andy: costretti a dei sotterfugi per poter attirare la sua attenzione, ridotti a pochissime unità e immersi in una stanza decisamente seriosa, sembrano ormai degli alieni in un ambiente per loro completamente innaturale.
Sembra, quindi, verosimile la loro voglia di tornare ad essere giocati, sopratutto a fronte del pericolo di essere gettati nell’immondizia.

Woody, come era già accaduto negli altri capitoli, funge da Outsider… da personaggio che si distacca dal gruppo pur continuando a preoccuparsi dei suoi amici, dimostrando doti non solo di leader, ma anche umane… o meglio, di giocattolo, dato che il nostro cowboy non si farà scrupoli a salvare la vita a Lotso nonostante le sue cattiverie.
Aprendo una piccola parentesi… diverse persone mi hanno fatto capire che di Toy Story 3 hanno sentito solo del lato divertente.
Personalmente non l’ho trovato così spassoso (tranne per gli interventi di Ken, dei quali parlerò tra poco)… anzi.
Per tutta la pellicola si profila il rischio che Woody si separi per sempre dai suoi compagni, il gruppo viene sbattuto nell’aula dei bimbi più piccoli e sottoposto ad immani torture dai gagnacci, Sunnyside si trasforma in un tremendo carcere, Buzz viene “resettato” e costretto ad agire contro i suoi amici, i giocattoli che tentano di imporsi su Lotso finiscono malissimo, il passato di Lotso, Woody e gli altri che guardano la morte in faccia.
Sicuramente tra un evento e l’altro c’è parecchio humor, ma questo Toy Story 3 l’ho percepito più maturo degli altri.
Ad esempio… in questo capitolo ci sono dei riferimenti sessuali più espliciti che finiscono anche con il toccare, se pur attraverso il burlesco, corde abbastanza complesse quali quelle dell’identità sessuale confusa di Ken che, pur essendo attratto da Barbie, ha una calligrafia da donna e qualche atteggiamento effeminato.
Al di là di questo, sono rimasta sinceramente colpita dalla scena dell’inceneritore.
Quando tutti i giocattoli, vedendo che non c’è più nulla da fare, si tengono la mano, e si guardano… ho visto in loro il volto del terrore, della rassegnazione e del dolore… e non perché non fossero sufficientemente coraggiosi da affrontare la morte, quanto per il fatto, probabilmente, che non erano riusciti a raggiungere Andy e a salutarlo per l’ultima volta.
E’ una scena molto forte preceduta dall’ennesimo tradimento di Lotso, da tanta amarezza ed angoscia.
Non vorrei esagerare, ma vale la pena di vedere Toy Story 3 anche solo per quella scena. :26:
Bello anche il finale, anche se forse le ragioni di Woody si sarebbero dovute spiegare meglio, nel quale il film pare lanciare un messaggio ben preciso: anche se Andy è cresciuto, non solo tiene ancora ai suoi giocattoli, ma è riuscito a carpire l’essenza stessa delle loro anime.

Postato da Marylain, alle 15 : 40
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10
La Papessa
03 Jul
2010

Ricordo ancora la faccia che ho fatto quando ho visto la locandina di questo film, ma sopratutto quando ho visto il TITOLO del film.
Non potevo non associarlo all’appellativo che la mia best friend aveva dato ad Erlaine (l’unico villain che ho mai rispettato nei Tales of assieme a quel bonazzone di Dhaos, perché sono certa che la bella signora sia saltata addosso a Leon dopo averlo salvato dal passato – azz… devo assolutamente ritrovare quella tavola che avevo disegnato! :7:).
Da allora è passato un po’ di tempo, tempo durante il quale ho meditato seriamente di andare a vedere il film al cinema, ma poi, incentivato da Serchan, ho compiuto una scelta e ho preferito Prince of Persia.
Nel frattempo, però, recandomi alla libreria del mio paese ho trovato, tra i libri in edizione economica, il romanzo dal quale è stato tratto questo film e mi sono detta:
“Caxxo… si spende 5,9€ per una cispa di fumetto e non 4,20€ per un libro con un po’ di sana cultura al suo interno?!”
Così me lo sono portata a casa e ho iniziato a sfogliarlo.
Tre giorni dopo lo avevo terminato e avrei tanto voluto che fosse più lungo da quanto mi aveva appassionata.
Se dovessi dire in pochissime parole che cosa mi è rimasto del libro sicuramente la risposta sarebbe:
La vita densa di sangue, violenza ed oscurantismo religioso di una donna che ha saputo elevare la fede alla cultura, alla gioia del sapere e al desiderio di fare del bene al prossimo.
Il testo è ricchissimo di avvenimenti, romanzato eppure descritto con una cadenza talmente sostenuta e talmente cruda da renderlo incredibilmente intenso.
Il post che seguirà sarà più una comparatistica tra libro e pellicola piuttosto che una recensione vera e propria, ma all’interno troverete spoiler sia del romanzo che del film per cui vi prego di tenerlo bene a mente. :25:

Al di là della questione: “Credo in questa storia – Non credo in questa storia”, vediamo di partire con un quadro generale.
Il film, rispetto al libro, non riesce proprio a tenere e non è solo un problema di scene tagliate o di passaggi modificati, quanto per la sensazione di incompletezza che mi ha trasmesso la pellicola.
In altre parole ho avuto come l’impressione che la sceneggiatura non sia stata in grado di carpire la vera essenza dei vari personaggi. A questo aggiungeteci poi una serie di censure morali operate qua e là tanto per rendere il prodotto finale più “politically correct” e siamo apposto.
Per evitare di fare un post più lungo di 437865 videate, ho deciso di non targiversare sulla maggior parte delle scene tagliate, ma di concentrarmi su alcuni aspetti che io reputo più importanti degli altri.
-> La punizione di Giovanna: Verso l’inizio della storia Giovanna viene presa a vergate da suo padre perché aveva osato disobbedire ad un suo preciso ordine. Nel film  Giovanna urla di dolore ad ogni colpo. Nel libro la ragazzina continua a pregare ad alta voce e si sforza di non versare una sola lacrima senza, dunque, dare la soddisfazione al tiranno di vederla soffrire. Capirete bene che c’è una differenza sostanziale perché se nel film abbiamo l’idea di una femmina fragile fisicamente, nel testo ci viene ribadito molte volte di come il corpo di Giovanna fosse robusto quanto la sua anima e la sua mente.
Inoltre l’autrice si prodiga a spiegare come la carne della povera ragazzina si fosse completamente lacerata. La descrizione è talmente minuziosa che mi attendevo di vedere delle enormi e tremende cicatrici, mentre invece si sono limitati a mostrare una schiena con tre graffietti.
-> La fuga di Giovanna: Sempre all’inizio della storia Giovanna fugge via di casa. Nel film la madre la sgama, ma non la ferma limitandosi a sorriderle, mentre nel libro la ragazza non ha nemmeno l’opportunità di chiarirsi con l’unico genitore che l’avesse mai amata. Il senso drammatico del non ritorno viene mitigato nella pellicola.
- > Il nome di Gerardo: Giovanna incontra per la prima volta il grande amore della sua vita. Ora… mi spiegate perché CAVOLO hanno “inglesizzato” il nome di questo povero disgraziato?! Se si chiamava Gerardo non vedo una sola ragione per cambiargli nome… SPECIALMENTE in una versione italiana. Quando ho sentito sono rimasta con una faccia tipo questa:
:81:

-> Il marchingegno greco: Giovanna e Gerardo scoprono assieme su una pergamena un marchingegno greco per far aprire automaticamente delle porte. Nel libro Gerardo mette in azione il marchingegno da solo per fare una sorpresa a Giovanna. Nel film il prototipo viene progettato assieme. Non capisco la ragione di questa scelta anche perché così facendo è stata inserita una scena che nel libro non c’era a discapito di qualcun’altra esistente e di notevole importanza che invece è stata tagliata.
-> I CAPELLI DI GIOVANNA: Ma porca paletta. Questo mi fa incaxxare ancora di più! Nel libro viene ripetuto 658947 volte che Giovanna ha ereditato i magnifici capelli biondi da sua madre. Siccome a quei tempi non esistevano le tinte della parrucchiera, Giovanna, quando riceverà la visita dal padre (il quale pensa di star parlando con suo figlio Giovanni), sarà costretta a mettersi il cappuccio per nasconderli. All’inizio nel film Giovanna pare EFFETTIVAMENTE avere capelli biondi, però… herr… quando è ragazzina i capelli si fanno mori chiari e poi da donna diventano quasi neri. Ma che boiata è?! :13:
-> La strage di Villaris: Nel film Gerardo torna a Villaris e trova moltissimi morti a causa dell’attacco dei normanni. Nel libro Villaris viene completamente distrutta e TUTTI… e quando dico tutti intendo TUTTI muoiono atrocemente nella chiesa in un vero e proprio bagno di sangue. Ancora una volta siamo di fronte ad una barbara scena che scuote anche la vista allenata di un guerriero quale Gerardo, mentre nel film tutto viene raddolcito. Tra l’altro viene completamente tagliata la scena del tremendo stupro di una delle figlie di Gerardo e il suo rapimento.
-> Giovanna nel monastero: Anche qui c’è una sorta di degradazione del personaggio di Giovanna. Nel film la protagonista si ammala e il suo tutore le consente di fuggire via facendole chiaramente capire che lui sapeva del fatto che lei era una donna. Nel libro Giovanna non è così deficiente da farsi sgamare tant’è che NESSUNO nel monastero scoprirà mai la sua vera identità.
-> L’intera seconda parte del film: Se la prima parte della pellicola rispecchia almeno l’andamento del libro, nella seconda parte vengono operati dei tagli ancora più lapalissiani tanto che Giovanna succede a Sergio come papa, mentre nel libro a Sergio si succede Leone al quale poi succede Giovanna. Anche la tanto decantata scena di sesso tra Gerardo e Giovanna viene stravolta degradando ancora il personaggio femminile di Giovanna. Nel film la donna incontra il suo amato, si spoglia… così, all’improvviso manco fosse una prostituta e i due fanno l’amore in un fiume. Nel libro il sesso giunge molto più naturalmente. Durante un’inondazione Gerardo rischia di morire assiderato. Giovanna fa di tutto per scaldarlo, ma rimane senza un fuoco e così è costretta a spogliarsi e a giacere nuda pelle contro pelle con lui. Tra le altre cose se nel film Giovanna non è ancora papessa, nel libro stava già in carica da un bel po’ e la scena dell’incontro con Gerardo si riferisce ad un avvenimento precedente durante il quale Giovanna si RIFIUTA di seguirlo per diventare una donna adducendo chiaramente al fatto che vivere come uomo era più vantaggioso. Nel testo, insomma, appare molto chiaro come sia lei a prendere le decisioni e come Gerardo sia costretto a seguirle e a sostenerle.
-> La gravidanza di Giovanna: Ultima modifica maschilista e perbenista della pellicola. :35:
Nel film la protagonista rimane incinta e dopo poco ha un aborto spontaneo in una scena in cui lei si accascia al suolo dopo aver lasciato sotto i suoi piedi una striscia di sangue.
In realtà Giovanna è morta a causa di un aborto spontaneo non per effetto di un ineluttabile destino, ma in seguito ad una sua decisione.
Nel libro, infatti, non appena aver scoperto la sua gravidanza, la Papessa non ci pensa su due volte e decide di ABORTIRE preparandosi una tisana che le avrebbe permesso di raggiungere lo scopo. Purtroppo la donna ha solo dei malori molto forti, ma non riesce nell’intento. Sicuramente, a causa di quello che aveva assunto, la protagonista ha un aborto spontaneo qualche tempo dopo e tra l’altro la scena lì è parecchio truce dato che oltre al sangue si vede per terra anche il cadavere di un bambino prematuro.

Insomma… inutile dire che il film, se pur non del tutto da buttare, ha finito con il concentrarsi solo sugli eventi e non sulle incredibili capacità della ragazza.
Ancora una volta mi chiedo, assieme alla mia best friend, perché violentare così un’opera testuale.
A questo punto preferirei che per dei libri lunghi si pretendesse di fare delle trilogie o comunque una serie di film di modo da poter dare ampio respiro a ciò che si voleva dire nel libro… purché si tratti di un semplice riportare e che si sia più fedeli possibili all’originale. :34:

Postato da Marylain, alle 12 : 52
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