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Nonostante lo avessi visionato prima di Steins;Gate e Madoka Magica, finisco con il recensire solo adesso una serie animata che forse non sarà all’altezza delle altre due (anche se qui siamo propriamente nel campo dei gusti personali ), ma che di certo merita un po’ di attenzione.
Per la cronaca, ho deciso di visionare la versione italiana rippata e muxata dal video originale – e tutto questo perché ci sono state delle censure – andata in onda su Hiro non so nemmeno quanto tempo fa.
Se il doppiaggio era globalmente molto buono, la stessa cosa non si può dire sulla “presentazione” di questa serie: “Emma” è stata, infatti, introdotta nel palinsesto come una sottospecie di shojo con tanto di canzoncina smelensa e terrificante della D’Avena, quando, invece, l’opera di Kaoru Mori è un seinen… porca paletta… un SEINEN!!!
Kaoru Mori…
Un’autrice che disegna in maniera a dir poco eccelsa e che riesce a gestire PERFETTAMENTE personaggi carichi di particolari negli abbigliamenti con una maestria che tanto dovrebbe insegnare ad altri (più blasonati) mangaka.
Ma non è del talento artistico della Mori che voglio parlarvi.

Al solito, avverto tutti i lettori che la recensione contiene spoiler.
La trama di “Emma” non potrebbe essere, di base, più banale: un giovane appartenente all’alta borghesia chiamato William Jones, nel far visita alla sua vecchia insegnante, si “scontra” con la sua cameriera. Tra i due c’è il tipico colpo di fulmine contrastato, tuttavia, dalle enormi differenze sociali che intercorrono tra i due.
Ostacolato dal padre che vorrebbe combinare il suo matrimonio con la nobile Eleanor Campbell, William, dopo un bacio fugace, pare essere costretto a rinunciare ad Emma quando questa, rimasta senza lavoro a causa della triste dipartita della sua padrona, decide di tornare al suo paesino per dimenticarsi di quell’amore impossibile. Il caso vuole, tuttavia, che la cameriera venga assunta da una famiglia aristocratica che, per ironia della sorte, si troverà ad avere contatti proprio con i Jones.
La serie è composta da due tronconi (o da due stagioni, come le volete chiamare) armonicamente suddivisi.
E’ evidente che “Emma” non punta all’originalità dei personaggi, quanto alla maestria dell’esecuzione e alla coerenza storico/stilistica delle vicende dell’epoca. Mi premeva sottolineare questa cosa perché molti spettatori hanno, forse, dimenticato quale fosse il setting della vicenda, accusando la Mori di aver creato personaggi stereotipati e/o troppo passivi.
Non vedo come la protagonista sarebbe potuta essere altrimenti.
Nel suo, Emma è una VERA eroina vittoriana ed è dannatamente coerente.
In un’altra circostanza l’avrei certamente trovata MOLTO fastidiosa, ma NON qui.
Emma è una donna povera che, fin da quando è nata, ha solo conosciuto la miseria di dover sempre tenere china la testa. Per questo, sebbene alcuni passaggi melodrammatici, la giovane difficilmente agisce e quando lo fa è solo per tornare tra le braccia di William.
Ripeto, può non piacere, ma se vi aprite un qualsiasi romanzo vittoriano inglese, personaggi di quel tipo agiscono tutti più o meno a quel modo, come è giusto e logico che sia.
Non esiste, inoltre, un escamotage che renda la relazione tra Emma e William “politicamente corretta” o “socialmente accettabile”. Nel troncare con i Campbell, i Jones rischiano seriamente il fallimento anche negli affari perché il padre di Eleanor, per vendetta, tenterà di mettere loro il bastone tra le ruote.
Si profila, però, al termine della serie, una sorta di anticipazione di quanto sarebbe avvenuto in futuro: la decadenza aristocratica e l’ascesa della borghesia.
I Jones riescono, infatti, ad uscire dall’empasse e a vivere a modo loro, presenti nella kermesse nobiliare, eppure ideologicamente distanti, ormai consapevoli della loro superiorità morale rispetto al parassitismo imperante e all’arroganza di quella società basata solo sui costumi e sulle apparenze.
La Mori, però, è molto attenta a non generalizzare: non tutti i nobili sono personaggi negativi e non tutte le donne sono succubi.
L’autrice realizza l’emancipazione di alcune figure femminili nell’unico modo possibile e consentito per il setting da lei scelto: esse sono nobili, prima di tutto, ed eccentriche. La prima vive isolata dal resto della società, rifuggita da quella serie di meccanismi dell’apparire che la stavano gradualmente fagocitando. La seconda può permettersi di simpatizzare con le sue dipendenti, incitare Emma ad accettare la proposta di William, solo grazie al sostegno di un marito che, pur restando in disparte, appare immediatamente ragionevole e tollerante. Benché non abbia problemi a parlare con le cameriere, nelle sue stanze, completamente nuda, ella è comunque una madre ed una moglie, inquadrata nel solito schema sociale.
Anche Eleanor, pur non essendo così disinibita, ma, sfoggiando una serie di comportamenti delicati, raffinati e femminili, al rifiuto di William si fa da parte senza riservare rancore.
Se si dovessero muovere delle critiche sullo sviluppo dei personaggi direi che forse andrebbero cercati tra alcuni secondari, primo tra tutti Al, il principe indiano amico di William. Resta ancora da stabilire, infatti, a che pro la Mori abbia deciso di farlo innamorare seduta stante di Emma e di averlo fatto dichiarare a lei nel giro di pochissimi minuti se poi non c’è stato alcun seguito. Al, infatti, dato il legame che lo unisce a William, decide di non insistere con Emma, rimanendo a Londra a ciondolare per una serie indistinta di puntate.
Il suo andi rivieni dall’Inghilterra al suo paese natìo è, inoltre, gestito forse in modo troppo frettoloso e dinamico, quando invece il giovane avrebbe dovuto impiegare parecchio tempo per spostarsi (con i mezzi di trasporto disponibili all’epoca). 
Anche l’innamoramento di Hans nei confronti di Emma pare essere forzato: al termine della serie ci si potrebbe chiedere come mai ben tre uomini finiscano con il corteggiarla senza un’apparente funzione nella trama.
L’edizione animata, infine, non è forse delle migliori: ad alcuni episodi pilota, decisamente ben curati, seguono una serie di puntate realizzate in maniera del tutto opinabile. 
Globalmente è un anime che mi ha piacevolmente colpita (se pur con alcune riserve), ma che non consiglio se non si è ben consapevoli degli impianti narrativi utilizzati nella letteratura inglese ottocentesca.
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