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Quest’anno, a Natale, sono venuti i miei “suoceri”.
Pur non riuscendo a resistere a pranzi multiparentelari, mi ha fatto davvero molto piacere averli qui con noi, non fosse altro perché i doni da distribuire erano di più, l’albero era in buona compagnia e il clima tutto sommato più sereno e con un certo alone di novità. 
Inutile dire che l’abbuffata c’è stata, ma a differenza delle scorse “edizioni”, mia madre si è trattenuta davvero moltissimo alla Vigilia tanto che non ho nemmeno fatto foto.
Essendo ancora in dubbio su cosa farmi regalare da Serchan, vi posso dire quello che ho ricevuto da tutti gli altri componenti della famiglia:
Da parte dei miei genitori: I primi tre volumi del romanzo originale di Spice and Wolf (versione inglese) più del denaro. Purtroppo, però, a causa di un errore nell’ordine, il terzo volume non era il libro, ma il fumetto. Non ho detto nulla ai miei per non farli arrabbiare proprio quel giorno. Mi dispiace molto perché volevo leggere, nel terzo, come si evolvevano le vicende di Lawrence e Holo. 
Da parte dei genitori di Serchan: Teiera giapponese con due bicchierini e un paio di pantofole a forma di gatto.
Da parte del fratello di Serchan e consorte: Una fontanina da casa. In particolare questo dono ci ha fatto davvero molto piacere sia perché ne volevamo una, sia perché le luci dentro la fontana si intonano benissimo alla parete della cucina e infatti l’abbiamo immediatamente posizionata lì! 

La sera di Natale mia madre ha iniziato ad accusare i tipici sintomi del raffreddore e si pensava fosse effettivamente quello, poi, però, a una visita del medico è uscito fuori che aveva già da una settimana una bronchite trascurata che rischia di diventare polmonite se non viene immediatamente curata.
Sfortunatamente, a parte la giornata gradevole natalizia, i giorni successivi non sono stati poi questa gran cosa.
Il 26 mattina abbiamo salutato i genitori di Serchan che si erano fermati ad aiutarci con la tapparella rotta (questa casa è maledetta! Ormai so che ci abita un “demone delle serrande” ).
Il resto della giornata, a parte le quattro ore di testing su RO2, è stata all’insegna del caxxeggio totale; probabilmente volevamo ancora cullarci nell’ozio e nel piacere.

Il 27, invece, di nuovo nuvole oscure all’orizzonte: telefonata di mia madre nel pomeriggio. Lei è ancora rappresa, un po’ rintontita dallo stato infiammatorio. Non so se è stato per effetto dei medicinali, ma… vi giuro… era del tutto intrattabile.
L’argomento è sempre il solito e non mi va di ripeterlo; più in particolare questa volta la discussione è andata a finire sul lavoro in nero. Per lei era giusto anche accettare un lavoro in nero andandoci persino a rimettere (cioè, in sostanza, dovevo pagare io per “lavorare”) pur di far qualcosa. Personalmente non sono una bacchettona, se si tratta di un lavoretto poco impegnativo, sporadico o da fare a casa sono la prima che si butta, ma in tutta frranchezza trovo ridicolo equiparare l’impegno occasionale a un progetto di vita. Sono ancora impresse nella mia memoria tutte le vittime morte su un posto di lavoro che non li riconosceva. A far presente questi semplici opinioni mi sono sentita chiamare “povera idealista”, che con il tono usato mi sembrava più un “povera fallita”.
Se fallito significa essere coerenti con sé stessi, allora felice di esserlo.

Sto davvero iniziando ad essere stanca di questa situazione.
Non so cosa sia cambiato… forse io, forse lei, forse le circostanze che ci vedono separate in due abitazioni diverse, senza che l’una sappia cosa fa l’altra, resta il fatto che il rapporto con mia madre non è più quello di un tempo.
Trovo difficile persino parlare con lei perché tutte le volte che ho cercato un dialogo diverso dal: “Ho fatto questo…” e “I gatti hanno fatto questo”, mi pareva che a lei non interessasse minimamente così ho lasciato cadere.
A volte mi sento terribilmente “sbolognata”.
“Ormai sono affari tuoi e di Serchan.”
E’ diventato questo il motivetto imperante da quando ho iniziato la convivenza con lui in un quadro del tutto inusuale e anomalo.
All’inizio sono andata qualche volta a trovare i miei, ma il favore è solo stato sporadicamente ricambiato e solo in condizioni di degenza (malattia e, per ultimo, l’incidente).
Per questo mi sento davvero spaesata, senza un punto di riferimento fisso, sballotata e considerata alla stregua di una persona demente incapace di trarre profondità dalle cose, per nulla interessante, quasi invisibile, vista solo in funzione di ciò che può produrre. Una macchina che non essendo ancora in funzione è inutile.
Questa mi sento io percepita in lei nonostante i suoi “ti voglio bene”.
E per il resto, solo vuoto.
Recuperiamo il tempo perduto…
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